Oggi, a 80 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, ricordiamo il dolore e l’orrore della Shoah, delle deportazioni e delle persecuzioni avvenute nei Lager nazisti.

Da 25 anni il 27 gennaio è stato istituito come Giorno della Memoria grazie a una proposta di legge di Furio Colombo, per onorare tutte le vittime: ebrei, dissidenti politici, partigiani, scioperanti, disabili e malati mentali (Aktion T4), oltre a testimoni di Geova, omosessuali, rom, sinti e apolidi. Una memoria che abbraccia non solo la deportazione razziale, ma anche quella politica e militare, per distinguere e comprendere le diverse cause che hanno portato a questa immane tragedia.

A ottant’anni da quel giorno, è necessario riflettere su come evitare di cadere nella retorica vuota. Ricordare significa agire. Significa non voltarsi dall’altra parte di fronte alle ingiustizie di oggi: le nuove deportazioni, i morti nel Mediterraneo, il sovraffollamento e i suicidi nelle carceri.

Il coraggio e lo spirito antifascista dei patrioti della libertà devono guidarci nelle nostre scelte quotidiane. Solo così possiamo rendere omaggio a chi ha sofferto nei campi di sterminio, a chi ha lottato per la Resistenza, a chi è morto per un mondo migliore.

Mai più. Per nessuno.