A cura di Lorenzo Andorlini

“Tutto aumenta, tranne gli stipendi”

Negli ultimi dieci anni, in Italia il carovita ha raggiunto livelli record, con incrementi che variano a seconda dei settori. Se da un lato il costo di beni e servizi essenziali come le bollette di luce, gas, acqua e rifiuti ha visto un’impennata del 68,7%, dall’altro anche l’acquisto di beni durevoli, come le automobili, ha registrato un +44%. Questi aumenti hanno avuto un impatto significativo sul budget delle famiglie italiane, con una spesa media mensile che è aumentata di ben 257 euro, pari al 10,4% in più rispetto al 2013.

Nonostante l’inflazione ormai ampiamente in doppia cifra, i salari in Italia non hanno tenuto il passo. La RAL (Retribuzione Annua Lorda) media nel settore privato si attesta a circa 30.838 € lordi annui. Preoccupante è il dato che rivela che l’80% dei lavoratori guadagna meno di 35.000 euro lordi all’anno, e il 92% non supera i 40.000 euro. Sebbene nel marzo 2025 abbiamo avuto una crescita nominale dei salari del 4%, i salari reali, ossia quelli corretti per l’inflazione, hanno subito una perdita del 8% rispetto al gennaio 2021. Un recupero troppo debole per compensare il ritardo accumulato nel tempo.

Il “Rapporto mondiale sui salari 2024-25” evidenzia che nel 2024 i salari globali hanno iniziato a recuperare dopo il crollo subito nel biennio 2022-23. Tuttavia, secondo i dati di Istat e Banca d’Italia, i salari reali italiani sono ancora inferiori a quelli del 2008, a dimostrazione di un recupero lontano e che difficilmente potrà verificarsi, almeno a breve.

Sul fronte internazionale, l’Italia si colloca al 23° posto su 38 paesi secondo l’OCSE, con una retribuzione netta annua media di 41.438 $, inferiore alla media OCSE di 45.123 $. Per quanto riguarda la retribuzione oraria mediana, Eurostat segnala un valore di 13,05 € lordi, posizionando l’Italia sopra solo a paesi con economie minori e lontana dalle retribuzioni di nazioni come Germania e Francia.

L’analisi delle disuguaglianze interne mostra che il gap salariale di genere persiste: le donne, a parità di ruolo, guadagnano il 5,6% in meno all’ora, e tra le laureate la differenza arriva al 16%. Mentre i migranti, con lavori spesso più lunghi e usuranti, guadagnano in media il 26,3 % in meno rispetto agli italiani. A soffrire maggiormente sono anche i giovani under 35, spesso vittime di contratti precari e stipendi stagnanti, che li allontanano dall’autonomia economica.

Tutte queste disparità sono una macchia nel nostro sistema retributivo, che rischia di vedere un’Italia sempre più divisa fra fascia medio povera e medio ricca. Basti pensare che se da un lato i salari medi stagnano, i vertici aziendali hanno visto crescere in modo vertiginoso i loro compensi. I CEO delle aziende hanno visto la loro retribuzione mediana crescere del 50% in cinque anni, passando da 2,9 a 4,3 milioni di dollari. Nello stesso periodo, i salari dei lavoratori sono aumentati solo dello 0,9%. In Italia, l’80% dei CEO delle società quotate nel FTSE MIB guadagna oltre un milione di euro all’anno, e il 16% supera i 5 milioni. Un divario abissale rispetto ai 30-35.000 euro che guadagna in media un lavoratore.

Il tema dei salari inadeguati è stato più volte sollevato da esponenti politici e organizzazioni internazionali. “I salari insufficienti sono una grande questione per l’Italia”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Oxfam, invece, ha parlato della “forbice scandalosa” tra i compensi degli amministratori delegati e quelli dei lavoratori. Inoltre, Eurostat ha sottolineato che la retribuzione oraria mediana italiana resta al di sotto della media europea, segnando un’ulteriore frattura tra il Belpaese e i suoi partner continentali.

Se non riusciamo a cambiare la politica di redistribuzione della ricchezza rischiamo seriamente di avere un divario tra ricchi e poveri molto profondo, con una piccolissima parte della popolazione che deterrà ancora più ricchezza rispetto alla parte più povera che invece avrà sempre meno. Ciò porterà seri problemi all’economia che, con una popolazione più povera avrà ancora maggiori difficoltà a girare, dato che meno soldi vuol dire meno acquisti.

Occorre una risposta politica che metta al centro il lavoro e la dignità del lavoro, con un serio aumento degli stipendi ed una maggiore progressività della tassazione, perché chi può deve pagare, chi ha meno deve poter vivere dignitosamente.